Filosofia di vita

«Siamo belli perché siamo pieni di difetti, non perché siamo onnipotenti, ma perché siamo fragili, perché ci tremano le gambe, perché siamo goffi, perché abbiamo paura, perché abbiamo bisogno di amore, per questo siamo belli!»

Nichi Vendola

mercoledì 24 aprile 2013

Ripartiamo dalla bellezza



E’ dalla bellezza che si parte per ricostruire un’idea di città.
Bellezza intesa come storia, cultura, patrimonio collettivo della memoria di un tempo e di un’epoca che caratterizzano e delineano un luogo e le persone che di quel luogo ne hanno delineato l’ambiente e vissuto i cambiamenti  nel tempo. Di fronte alle numerose ferite di cui soffre la nostra città dal punto di vista urbano in termini di aree dismesse e degrado ambientale, abbiamo sentito il bisogno di valorizzare quello che di positivo è rimasto nella città di Mogliano Veneto. 
Ci riferiamo, ad esempio, alle belle e numerose fotografie d’epoca che ritraggono la nostra città nei primi anni del  ‘900  situate sotto la Galleria in via Don Bosco. Sono finestre affacciate nel tempo trascorso e nella storia di Mogliano, e invitano alla sosta, alla memoria. 
Ci piacerebbe che l’Amministrazione Comunale valutasse l’opportunità  di una migliore valorizzazione delle stesse ponendole in uno spazio più visibile, intorno a Piazza Caduti, in modo tale da caratterizzare il cuore del centro richiamando visivamente la storia e la cultura della nostra cittadina.
A tutt’oggi abbiamo notato che è necessario un intervento di pulizia e manutenzione delle colonne del porticato  e dei quadri stessi che ospitano la galleria fotografica dove la stessa è attualmente collocata.
  

Sinistra ecologia libertà
Circolo Mogliano Veneto



24/04/2013

domenica 14 aprile 2013

Indecenza pubblica



Contro il decoro, il saggio di Tamar Pitch è un rapido attraversamento delle scelte nazionali e locali che squarcia il velo ipocrita del discorso pubblico dominante e mostra il carattere illiberale e classista della retorica sul decoro.

Il trentennio che ha visto ritrarsi il welfare ha insistito molto sulla paura, sul rischio e sulla necessità per ognuno – lasciato solo nella responsabilità o nella colpa – di saperlo prevenire. Nello stesso tempo ha depoliticizzato ogni conflitto, riducendo qualunque dialettica a quella tra vittima e carnefice.
In questa costruzione di senso, il decoro e l’indecenza si integrano. E’ così possibile vedere all’opera il paradosso di una classe politica tra le più  immorali farsi guardiana della moralità e, nel suo nome, diventare protagonista delle più feroci politiche di controllo e sicurezza.
Tamar Pitch ripercorre alcune figure diventate oggetto delle politiche nazionali in difesa del decoro: ultrà, tossicomani, prostitute, migranti, donne. Ci ritorna subito dopo, nel capitolo sulle politiche locali, analizzando le ordinanze dei sindaci. Così di nuovo troviamo nomadi, mendicanti e giovani, destinatari del nuovo potere dato ai sindaci dal decreto berlusconiano sulla sicurezza.
Davvero significativa la ricostruzione della vicenda del Daspo, provvedimento preventivo che può essere preso in assenza di un reato, e della tessera del tifoso. Così la legislazione sulle droghe, che punisce principalmente il consumo personale di giovani e migranti, con una discriminante sociale e generazionale molto forte.
La stessa impostazione discriminatoria si trova nel disegno di legge sulla prostituzione dell’allora ministro Carfagna. Qui l’ipocrisia pubblica raggiunge vette altissime: basti pensare alla contemporanea legittimazione del “consumo finale” della prostituzione per bene.
Ma lo stesso segno hanno i provvedimenti dei sindaci, tutti tesi, sull’onda della retorica del decoro, a nascondere i poveri, i mendicanti, gli stranieri. La lettura di queste pagine riapre alcune ferite: fa male scorrere i nomi di tanti sindaci di centrosinistra, non facilmente distinguibili dai colleghi di destra. La cosa stupisce fino a un certo punto.
La miseria è tornata ad essere una colpa. La società è stata divisa in “persone perbene” e “persone permale”. Contrapposizione che attraversa anche il cuore del dispositivo del decoro, il corpo femminile, e che ha dato luogo anche a un vivace dibattito tra donne. In questo quadro, Pitch colloca la sua critica – non condivisa da chi scrive – a Se non ora quando?, che avrebbe avuto accenti subalterni a questa divisione decoro/indecenza. Non nego che possa esserci stata in alcune tale ambiguità, ma non credo sia questa la cifra politica della manifestazione del 13 febbraio 2011 e del movimento che ne è nato. Piuttosto si è trattato di una  presa di parola autonoma in una scena pubblica dominata, a destra e a sinistra, da parole maschili complici o inadeguate.
Dunque in anni di crescita della diseguaglianza, in cui è avvenuta la più grande redistribuzione del reddito dal secondo dopoguerra, in cui la precarietà è diventata paradigma esistenziale per intere generazioni, in questa società fortemente diseguale, l’ideologia del decoro è stato il modo in cui garantire ordine e sicurezza, una forma di disciplinamento del ceto medio impoverito e impaurito, di controllo sociale dei giovani, dei migranti, delle donne.
Mentre la classe agiata del capitalismo finanziario esibisce e ostenta lusso, ricchezza e mercificazione dei corpi e della vita, per tutti gli altri c’è il decoro, lo stare al proprio posto, nel modo giusto. Come le case povere, ma ben tenute. Decorose, appunto.
Nulla a che vedere con la dignità o con l’austerità di una volta. Oggi il decoro dovrebbe sorreggere un’austerità che si sostanzia in una riduzione dei diritti. L’apparente cambio di regime che si è avuto con il passaggio al compassato rigore del governo Monti, non essendo intervenuto sulla discriminazione sociale che reggeva l’estetica del burlesque berlusconiano, non ha prodotto quel mutamento etico che qualcuno si aspettava. Ed eccoci qua, stretti tra il permanere delle disuguaglianze e delle sue sofferenze e la protesta senza progetto delle sue vittime in rivolta.

Cecilia D’Elia
Tamar Pitch (Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza, Laterza).

giovedì 4 aprile 2013

Mai più soldi alle missioni militari


8x1000, cambia il regolamento.
Mai più soldi alle missioni militari 

La Commissione speciale della Camera dei Deputati che esamina i provvedimenti urgenti proposti dal Governo ha iniziato oggi la discussione sul nuovo regolamento per la gestione dei fondi 8x1000 di attinenza statale.

“In questi anni – ha ricordato Giulio Marcon membro della commissione e deputato indipendente di Sel – i fondi della gestione statale dell’8x1000 sono stati indebitamente utilizzati per altre finalità: dalla riduzione del debito, al finanziamento delle missioni militari. Questo non deve più succedere”.
Il nuovo regolamento prevede positivamente una ripartizione certa dei fondi in quota paritaria tra i 4 ambiti di intervento (lotta alla fame nel mondo, beni culturali, calamità naturali, rifugiati) arginando in questo modo il saccheggio dei fondi avvenuto in questi anni per altri scopi.

“Bisogna poi – ha aggiunto Marcon – prevedere esplicitamente il divieto tassativo di finanziare le missioni militari all’estero camuffate da missioni umanitarie
, limitare alle sole istituzioni non profit i beneficiari della gestione statale dei fondi dell’ 8x1000 e cancellare la deroga che permette di destinare fino al 50% dei fondi a disposizione –  a detrimento degli altri ambiti di intervento – alla protezione civile per le calamità naturali”.
C’è poi un'altra questione che riguarda la legge istitutiva dell’8 x1000 del 1985. “Bisogna – afferma Marcon – rivedere la norma che attribuisce automaticamente l’8x1000 non espresso dai contribuenti a tutte le confessioni religiose in misura proporzionale sulla base delle scelte effettuate. La quota di 8 x 1000 non destinata dai contribuenti deve essere invece totalmente gestita dallo stato”.

sabato 16 marzo 2013

Siamo orgogliosi !



Siamo orgogliosi di aver contribuito, come elettori e militanti di SEL, a portare in Parlamento una figura limpida come quella di Laura Boldrini, che oggi, nel suo discorso di insediamento come Presidente della Camera, ha saputo esprimere al meglio il rispetto delle istituzioni democratiche e del loro ruolo, e il significato del suo, e nostro, impegno civile e politico. La splendida accoglienza che buona parte della Camera ha riservato al suo discorso costituisce una buona partenza per la legislatura. La voglia di cambiamento è presente in tanta parte del nuovo e rinnovato parlamento, e se si riuscirà a convogliarla costruttivamente in una prospettiva di governo, forse un po’ di speranza potrà tornare a risollevare un paese piegato da una crisi lancinante e dalle ricette sbagliate che gli sono state imposte.

Luca De Marco 
Coordinatore Provinciale 
Sinistra Ecologia Libertà
Provincia di Treviso 

mercoledì 27 febbraio 2013

Siamo appena partiti ....


giovedì 21 febbraio 2013

Lavoro,dignità e diritti


lunedì 11 febbraio 2013

Più forza abbiamo e più cambia il paese



da Italia 2013 
Mancano meno di tre settimane alle elezioni. Potrebbero essere le ultime del berlusconismo, eppure Silvio Berlusconi e le sue proposte sulle tasse sembrano al centro dell’attenzione. Dall’altro lato, molti elettori di centrosinistra hanno l’impressione che la loro coalizione non abbia nessuna proposta concreta in campo e abbia invece voglia di allearsi con Mario Monti dopo le elezioni. Altri ancora pensano che, avendo approvato il Fiscal Compact e avendo votato a favore dell’introduzione in costituzione del pareggio di bilancio, il Partito Democratico si sia precluso da solo i margini per un cambiamento reale delle cose. Ergo, bisogna sostenere un’opposizione forte fuori dal centrosinistra. E’ proprio cosi’?
  1. Le capacita’ comunicative della leadership del PD e di Italia Bene Comune non sono delle migliori. D’altronde e’ un’accusa che riguarda tutti i leader di sinistra europei, da Rubalcaba a Ed Miliband. Eppure le proposte in campo ci sono, ma scomettiamo che nessuno dei nostri lettori ne e’ a conoscenza. Anche noi abbiamo faticato un po’ per trovarle. In questo articolo si trova il piano per i primi 100 giorni di un ipotetico governo Bersani: cittadinanza agli italiani di seconda generazione, chiusura dei CIE, abolizione del reato di immigrazione clandestina e una nuova legge sull’immigrazione, abolizione dell’articolo 8 (quello che permetteva di stringere accordi in deroga ai contratti nazionali) e legge sulla rappresentanza sindacale che permetta a tutti i lavoratori di dire la loro sui contratti che li riguardano. Ci sarebbero poi le “lenzuolate di moralita’”: citiamo Simone Collini, “la modifica della legge sull’anticorruzione, con la reintroduzione dei reati di falso in bilancio, di autoreciclaggio, di voto di scambio (bisogna andare oltre il solo caso di elargizione di denaro). Tra le leggi ad personam che Bersani vuole abrogare c’è la ex Cirielli, ribattezzata salva-Previti, che taglia i tempi di prescrizione, mentre più in generale sul fronte giustizia si partirà da norme che garantiscano il funzionamento del processo civile, un adeguamento degli organici del personale amministrativo e giudiziario, un processo di depenalizzazione per tutti i reati contravvenzionali, il rilancio delle pene alternative al carcere.” Se queste idee bisogna andarle a cercare col lumicino e’ per la concomitanza di vari fattori: la scarsa dimestichezza dei giornalisti politici con i temi concreti (e’ piu’ facile riferire la polemica politica che analizzare una proposta economica), l’ostilita’ verso la stessa categoria di una parte del ceto politico, la lentezza con cui il programma del centrosinistra e’ stato elaborato – lo stesso articolo ci dice che al 20 gennaio (poco piu’ di un mese prima delle elezioni!) non era ancora finita l’opera. Nel 1996 la coalizione di Romano Prodi preparo’ delle “tesi” che vennero discusse in assemblee pubbliche e sedi di partito. Ora mancano i luoghi, ma manca forse anche la consapevolezza che il consenso si costruisce con la “battaglia delle idee” che non vuol dire solo individuare soluzioni “tecniche” e dimostrarsi “credibili” ma dare anche la sensazione seria che si vuole cambiare la vita delle persone. Questo blog e’ nato anche per combattere questa battaglia e sempre per questo scopo abbiamo voluto mettere le nostre idee su carta proprio in questo periodo. Il processo che si è messo in moto a partire dalle primarie per la scelta dei candidati sindaci per le elezioni amministrative del 2011, che è proseguito fino alla costruzione della coalizione Italia Bene Comune e il confronto programmatico tra i diversi candidati alle primarie per la scelta del candidato premier , hanno riportato al centro delle dinamiche politiche le idee e le proposte concrete su come vorremmo il futuro dell’Italia. Purtroppo in queste settimane di campagna elettorale questa “battaglia delle idee” e il protagonismo “dal basso” che rappresentano  il vero segno di discontinuità di Italia Bene Comune rispetto alle precedenti coalizioni di centro-sinistra, sembrano marginalizzate col rischio di veder sfumare quel valore aggiunto e quella qualità che garantirebbero la realizzazione di una reale svolta storica per il nostro Paese.
  2. Veniamo alla seconda obiezione e cioe’ che il PD abbia gia’ deciso di governare con Monti. C’e’ una parte di quel partito che ha dichiarato questo obiettivo in tempi non sospetti. Ce n’e’ un’altra, la maggioranza del segretario Bersani, che non manca di ripetere che in caso di mancata maggioranza al senato cercherebbe la collaborazione con i centristi. Noi rimaniamo convinti che quell’ipotesi vada, come scrisse tempo fa Cecilia D’Elia, battuta nelle urne. Siamo anche convinti che sia una strategia elettorale sbagliata quella di parlare in continuazione di cosa si fara’ se non si vince, soprattutto quando la discussione non e’ su chi prendera’ piu’ voti (il centrodestra ne e’ cosi’ convinto che neanche si perita di nominare un candidato premier ufficiale) ma se avra’ la maggioranza al senato. Se il centrosinistra, come e’ ancora possibile, raggiungera’ la maggioranza dei seggi in tutte e due le camere sara’ senz’altro piu’ difficile giustificare un’alleanza diversa rispetto a quella che si e’ sottoposto al voto. Questo non vuol dire che non potrebbe succedere, vuol dire che i giochi rimarrebbero aperti, mentre la mancata maggioranza per Italia Bene Comune vorrebbe dire la quasi sicurezza di un governo Pd-Monti. Siamo anche convinti che l’affermazione di Italia Bene Comune, e soprattutto delle componenti che rappresentano con più forza l’esigenza di cambiamento e di attuazione di politiche alternative alla destra conservatrice e Montiana, può rappresentare il catalizzatore e un momento di forte accelerazione nella costruzione e consolidamento di una sinistra stabilmente in corsa per l’organizzazione e la rappresentanza della maggioranza della società italiana ed europea, capace anche di offrire futuro e voce alla parte più debole, impaurita e marginalizzata che oggi sembra essere il maggior serbatoio del non-voto.
  3. La terza obiezione e’ che i giochi sono fatti: una volta firmato il Fiscal Compact e una volta inserito il pareggio di bilancio in costituzione non ci sono piu’ margini ne’ politici ne’ legali per fare una politica diversa da quelle di austerita’ e tagli praticate da Berlusconi e Monti – a proposito, sarebbe utile ricordare ogni giorno che fu il governo Berlusconi a tagliare miliardi a scuola, universita’, ricerca, trasporti e politiche sociali. Questa dell’ “inevitabilita’ del male” e’ una tesi un po’ pigra intellettualmente. In primo luogo, perche’ un governo di centrosinistra in Italia cambierebbe gli equilibri anche in Europa cosi’ come li cambio’ l’elezione di Hollande – altrimenti perche’ tutta questa paura negli ambienti piu’ conservatori italiani ed europei? In secondo luogo, perche’ anche a Fiscal Compact vigente si possono fare politiche diverse. Un esempio lo da questo articolo di Mario Pianta che va letto prima di tutto per i dati che da sul voto della parte piu’ povera della popolazione: una gran parte dei 7 milioni di indecisi si trova in questa fascia di popolazione che Pianta definisce i “perdenti”: “gli italiani impoveriti dalla crisi, più vulnerabili, con minor istruzione. Oggi un italiano su sei vorrebbe lavorare ma è senza occupazione, un dipendente su quattro è precario, la produzione industriale è caduta del 25%.” Pianta pero’ fa un altro esempio, ribaltando proprio la proposta di Berlusconi di restituzione integrale dell’IMU con spesa pari a 4 miliardi: “Con gli stessi 4 miliardi, si potrebbero azzerare le tasse su chi guadagna meno di mille euro lordi al mese per lavoro dipendente. Ci sono 4 milioni e 300 mila contribuenti che nel 2011 (su redditi 2010) hanno pagato imposte dirette sul lavoro dipendente, con redditi lordi che vanno da zero a 15 mila euro, versando al fisco 3,6 miliardi di euro. Sono questi i “working poor” di casa nostra, giovani precari, donne part-time, cassintegrati a rischio disoccupazione. Rappresentano una parte rilevante dei 7 milioni di elettori ancora indecisi. Hanno bisogno di una proposta politica che li riguardi, di una prospettiva di lavoro e di reddito. Un altro esempio? Con i soldi dell’accordo con la Svizzera – come sostieneSbilanciamoci!– si potrebbe rilanciare l’economia e creare subito 50 mila posti di lavoro in produzioni “verdi”.
E qui veniamo alla ragione del titolo di questo articolo. La proposta di Mario Pianta, cosi’ come altre fatte da Sbilanciamoci, non e’ presente nel programma dei 100 giorni. Per trovare proposte cosi’ bisogna andare a vedere il programma di SEL, che comunque fa parte della coalizione. Se ne sara’ attuata anche solo una parte dipendera’ da come ci sveglieremo la mattina del 26 febbraio. Con un senato senza maggioranza, un governo con la coalizione di Monti difficilmente prenderebbe in considerazione queste proposte. Contrariamente, una maggioranza di centrosinistra anche al Senato lascerebbe aperta la battaglia perche’ queste idee, che sono in maggioranza nella societa’, diventino leggi. Potrebbe essere  piu’ “riposante” l’altra ipotesi: un governo egemonizzato dai centristi e quindi quasi impermeabile a cio’ che viene dalla societa’. Altri 5 anni di precarieta’, autobus che si fermano per mancanza di benzina, servizi pubblici che chiudono, poverta’ crescente.
Preferiamo pensare e lavorare quindi per un’altra soluzione: un governo di centrosinistra che chiuda il trentennio berlusconiano e che cambi la rotta non solo d’Italia ma d’Europa. Chi non ci vuole sperare, forse dimentica come si sentiva la mattina dopo i referendum sull’acqua, i beni comuni, il nucleare ed il legittimo impedimento. O forse ha paura di cominciare a lottare, con metodi nuovi magari, perche’ alcune idee diventino riforme che cambiano la vita delle persone.
Pur con tutti i limiti che vediamo nell’incedere dubbioso e indeterminato dell’attuale leadership bersaniana, restiamo convinti che solo l’affermazione di Italia Bene Comune nella sua interezza rappresenti la possibilità di sancire la fine della destra berlusconiana, riconsegnare il ruolo di governo alla politica basata sul consenso e la partecipazione dei cittadini, spegnere il propagarsi dell’incendio populista in Europa.