Filosofia di vita

«Siamo belli perché siamo pieni di difetti, non perché siamo onnipotenti, ma perché siamo fragili, perché ci tremano le gambe, perché siamo goffi, perché abbiamo paura, perché abbiamo bisogno di amore, per questo siamo belli!»

Nichi Vendola

giovedì 4 luglio 2013

Cittadinanza senza giustizia



Quello della giustizia è un tema ampio, spesso al centro del dibattito politico nazionale, ma di non facile presa. Uno degli aspetti problematici che lo caratterizza è certamente quello della situazione carceraria nel suo complesso e delle possibilità, offerte o meno, a chi “ha sbagliato”, di intraprendere processi di cambiamento e di riconciliazione sociale. Per non parlare poi dei tempi della carcerazione preventiva. Come possiamo dirci e sentirci, noi tutti, civili, nel mentre alcune persone sono in carcere, magari da diverso tempo, ancora in attesa di giudizio, ancora in attesa che si avvii l'iter giudicante. Al di là della loro colpevolezza o innocenza, il processo è un diritto.
Un diritto nella sua rapidità, nella sua accuratezza e nei suoi approfondimenti. È un diritto anche per le vittime, per chi ha subito dei torti. Il diritto ad essere riconosciuti anche nelle proprie sofferenze.

Mi preme sviluppare alcune considerazioni che, partendo da queste questioni di fondo, ne amplifichino le riflessioni andando al di là dei consueti limiti argomentativi che solitamente ci vengono “offerti” riguardo al tema.

La “giustizia” presenta certamente dei problemi di natura organizzativa, di struttura, di formazione, di inadeguatezze normative. Presenta problemi di rapidità e di accuratezza.
Ma in quale ambientazione avviene tutto questo?
Una ambientazione nella quale da anni è forte, per essere eufemistici, l'impressione che si volessero fare delle leggi ad-personam, magari attaccando la magistratura; accusandola, genericamente ma pesantemente, di assumere, in qualche modo, un ruolo politico; per converso, cercando di indirizzare eventuali riforme incanalandone in un'ottica che, al contrario, sembra essere finalizzata a destituirne la autonomia e a ricondurla sotto il controllo o l'indirizzo politico.
Una ambientazione, quindi, nella quale è stato forte il messaggio che ci si volesse difendere al di fuori dei processi, magari attraverso l'uso del proprio potere politico o di quello mediatico.
Al di là dei giudizi di innocenza o colpevolezza che non spetta a noi dare!

Nel contesto di un presunto garantismo, contemporaneamente venivano sviluppate dinamiche del sospetto, del giudizio preventivo e sommario che magari si traducevano in azioni legislative; basti pensare alle normative riguardanti il reato di clandestinità o a quelle azioni anche amministrativo-locali che producono discriminazioni della persona basandosi esclusivamente su condizioni esistenziali.
Insomma, anche qui al di fuori di qualsiasi forma di dinamiche della partecipazione e di condivisione della propria situazione. Una costante tendenza ad eludere, a travalicare, ma soprattutto a trasformare gli attuali “argini costituzionali”. Da parte di chi, dichiarandosi perseguitato, ha esercitato anche su queste basi, un consistente potere politico e mediatico. E, per converso, in altri ambiti e contesti, nello sviluppo di una concezione di giustizia sommaria che esprime una cultura per cui preventivamente il diverso, lo straniero, l'irregolare, quello che non ha stabilità, è da guardare con sospetto, attraverso un giudizio già dato, già determinato che “trasforma” un essere umano in una persona che, non si sa come, con la semplice presenza territoriale, in qualche modo, lede beni o persone o interessi della Repubblica. Un ledere per l'appunto talmente indefinito da assumere fisionomie culturali molto forti.

Torniamo alla situazione carceraria e alla considerazione che spetta alle vittime di reati, di abusi.
Forse dovremmo immaginare una giustizia più capace di non separare irrimediabilmente le varie figure.
Capace di studiare e prevedere interventi riparativi capaci di azioni che vadano oltre la semplice carcerazione; che dovrebbero cercare di “coltivare” il desiderio di riassumere una valenza di rispetto etico nella società; avendo per questo ben presente e ben nel cuore la sofferenza inferta ed anche subita.
Per questo, a mio avviso, la dimensione della giustizia non deve semplicemente riassumersi e chiudersi in un'aula di tribunale, per quanto questo, ovviamente, ne sia spesso un passaggio essenziale ed inevitabile. Dovrebbe farsi spazio ed essere presente, al contrario, nel nostro intimo di cittadini, come questione propria e di civiltà. Di rispetto delle diverse sensibilità in gioco, delle speranze di riconoscimento e di riabilitazione e riparazione ed anche di potersi impegnare per poter essere diversi che possono crescere ed essere presenti in tante persone. Barlumi di speranza che non possiamo soffocare attraverso ambientazioni di vita carceraria inaccettabili se non bestiali e oltre ogni forma di sopportazione; non possiamo soffocare barlumi di speranza attraverso politiche dell'abbandono a sé stessi o a culture che favoriscono la diffidenza e l'esclusione piuttosto che l'impegno civile e la voglia di contribuire responsabilmente a una idea diversa di società.
Non escludendo per questo il tema essenziale della sicurezza personale o le questioni che i flussi migratori ci pongono. Nessuno nasconde che la sicurezza di ogni cittadino sia un diritto e che i flussi migratori vadano affrontati con responsabilità anche per le difficoltà che inevitabilmente ne possono nascere. Si tratta di scegliere come affrontare tali questioni; cercando di coltivare e far permanere le nostre azioni e le nostre intenzioni nell'alveo del rispetto umano, dei diritti, dell'accoglienza e dell'impegno in una società solidale e che, nella solidarietà e nella responsabilità, che tanto caratterizza lo sfondo complessivo della nostra costituzione, si identifica. L'assetto complessivo della nostra costituzione in realtà trasmette l'idea di un potere giudiziario separato ed autonomo da altri poteri. Immaginarlo diversamente intacca inevitabilmente quell'idea dei diritti delle diversità e delle libertà che una costituzione costantemente dimenticata e disattesa emana in ogni sua parte.

Un'idea diversa di sicurezza, quindi.
La sicurezza che è data dal “sentirsi parte” e dall'impegno e dall'attenzione che deve crescere in ognuno di noi per il “bene comune” rappresentato dalla dignità di chi ci sta vicino e dalla dignità e nobiltà dei nostri pensieri più intimi.

Tutte queste riflessioni dovremmo riuscire a tradurle in tensioni e proposte di cambiamento concreto; in diversi indirizzi e scelte politiche anche in termini di investimento. Dovrebbero tradursi in concreti cambiamenti delle condizioni carcerarie, di opportunità diverse di scontare la pena assumendosi attraverso specifiche forme la responsabilità di costruirsi una diversa esistenza. Dovrebbero crearsi condizioni di coinvolgimento e responsabilizzazione sociale e di sensibilizzazione culturale della cittadinanza che “aprano” ad un'idea diversa della sicurezza, del proprio ambiente sociale e storico. Favorendo un'idea di riappropriazione degli spazi di approfondimento culturale e civile. Dovrebbero, in maniera centrale, essere favoriti spazi di opportunità alle vittime di essere riconosciute nelle loro sofferenze e nelle conseguenze di queste, favorendo percorsi di riappropriazione della propria dignità. Tutte le iniziative che vadano in queste direzioni dovrebbero essere fortemente sostenute sia policamente ed economicamente, sia da un'approfondimento culturale riguardo al tema della giustizia che ne rimarchi la centralità e la complessità.

Dovremmo imparare ed impegnarci ad immaginare diversamente e non in un solo e unico modo che non lascia nessuna speranza e possibilità a chi potrebbe voler cambiare. Facendo così, faremo del bene non solo a loro ma anche a noi stessi, occupandoci così del nostro spessore morale e riappropiandoci della capacità di pensiero e di coinvolgimento e della speranza che ne deriva.
Dovremmo impegnarci a tradurle in atti di coraggio e in capacità di immaginare o iniziare a percorrere strade diverse nel concepire la “questione giustizia”. Questione che, a mio avviso, tocca primariamente la condizione delle nostre relazioni sociali e della solitudine che tante volte le caratterizza. Ove ogni cosa rischia di innescare meccanismi e cortocircuiti di giustizia sommaria e di rifiuto, in una società che rischia di trasformare ogni difficoltà, ogni cambiamento e ogni presenza Altra in una minaccia o in una ingiustizia subita.

Per ritornare a pensare e ad assaporare la speranza dell'impegno e non solo a consumare facili messaggi del rifiuto, della chiusura, della diffidenza e della vendetta.

Luca Marton



martedì 4 giugno 2013

Mozione per il ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan





 Mozione presentato da MIGLIORE Gennaro
testo di Mercoledì 29 maggio 2013, seduta n. 25
La Camera,
premesso che:
sono trascorsi quasi 12 anni dall'inizio della missione NATO in Afghanistan, uno dei conflitti più lunghi, controversi e sanguinosi, in cui hanno perso la vita oltre 3.000 soldati della coalizione, di cui 52 italiani e oltre 70.000 civili afghani;
soltanto nel 2011, in base ad un rapporto dell'UNICEF, in Afghanistan sono stati uccisi o feriti, a causa del conflitto, 1.756 bambini, una media di 4,8 bambini al giorno; sempre lo stesso anno, 316 tra bambini e ragazzi sotto i 18 anni di età sono stati reclutati dalle parti in conflitto, in particolare dai gruppi armati di opposizione;
trattasi di una missione che ha visto schierati 130.000 soldati stranieri, 4.000 dei quali italiani, e che è costata solo agli Stati Uniti oltre 150 miliardi di dollari, mentre l'Italia ha speso 5.415.640.096 euro di cui solo 217.903.400 destinati alla cooperazione;
nel vertice della NATO, tenutosi a Lisbona nel novembre 2010, si è deciso di ritirare le truppe dall'Afghanistan entro il 2014, quando le forze di sicurezza afghane avranno assunto il controllo della sicurezza sul territorio, mentre nel vertice tenuto a Chicago nel maggio 2012 la NATO ha deciso che trasferirà la sicurezza alle forze afghane in tutto il territorio entro il 2013 e che resterà con un solo ruolo di sostegno fino alla fine del 2014; successivamente resteranno truppe di addestramento e saranno finanziati stipendi a soldati e poliziotti afghani, con un costo annuo di 4,1 miliardi di dollari per mantenere ed addestrare i 228.500 effettivi;
al vertice di Chicago l'Italia si è impegnata a sostenere le forze di sicurezza negli anni 2015-2017 con 360 milioni di euro da spalmare nel triennio;
la Conferenza dei donatori dell'Afghanistan, svoltasi a Tokyo nel luglio 2012, ha preso l'impegno di fornire più di 16 miliardi complessivi in aiuti civili entro il 2015 e di proseguire con i finanziamenti almeno fino al 2017;
il prodotto interno lordo dell'Afghanistan, secondo la Banca mondiale, dipende per il 90 e 95 per cento dall'aiuto esterno; dunque la paura degli afghani è che finita la missione militare si verifichi un disimpegno della comunità internazionale sia a livello economico, che di attenzione verso le sorti del Paese;
la Francia ha anticipato il ritiro del suo contingente, portando a casa nel 2012 le truppe da combattimento (circa 2000 soldati su 3550), gli altri hanno l'incarico di organizzare il rimpatrio del materiale e l'addestramento delle forze di sicurezza afghane; dopo il 2014 resterà una ridottissima presenza francese per una limitata cooperazione civile ed economica;
anche Canada ed Australia hanno annunciato un ritiro anticipato delle loro truppe;
gli enormi sforzi in termini di vite umane e investimenti economici sono stati ripagati da scarsi progressi di democrazia e sviluppo;
secondo l'UNODC, l'ufficio dell'ONU per le droghe ed il crimine, il fenomeno della corruzione in Afghanistan ha toccato nel 2012 i 3,9 miliardi di dollari, con una crescita del 40 per cento rispetto al 2009, nello stesso anno circa un afghano su due ha pagato la «mazzetta» per ottenere un servizio pubblico;
sempre da un rapporto dell'UNODOC, risulta che nel 2011 in Afghanistan le terre coltivate ad oppio siano 154.000 ettari, con un incremento del 18 per cento rispetto all'anno precedente, con una produzione di 3.700 tonnellate, con un calo del 36 per cento rispetto al 2010 a causa di malattie delle piante e cattive condizioni meteorologiche; quello dell'oppio è un 
business che rappresenta fra il 4 ed il 7 per cento del prodotto interno lordo del Paese;
secondo il rapporto 2012 di Amnesty International, le autorità giudiziarie, la polizia e l'esercito nazionale afghano hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani. Sono continuate le detenzioni e gli arresti arbitrari, con ricorso sistematico alla tortura e ad altre forme di maltrattamento da parte dei servizi d’
intelligence. Gli afghani, in particolare donne e ragazze, sono stati privati dei loro diritti alla salute e all'istruzione. Gli aiuti umanitari sono rimasti inaccessibili per gran parte della popolazione nelle zone controllate dai talebani e da altri gruppi d'insorti. La violenza contro donne e ragazze è stata diffusa ed è rimasta impunita, in particolare nelle zone controllate dagli insorti. L'Isaf e la Nato hanno continuato a lanciare attacchi aerei e raid notturni, mietendo decine di morti tra i civili;
il Ministro della difesa 
pro tempore Giampaolo Di Paola aveva annunciato una riduzione della presenza militare italiana in Afghanistan del 25/30 per cento entro il 2013 e del restante 70/75 per cento entro il 2014;
questa fase di passaggio è un'occasione per il Governo italiano di rilanciare la sua credibilità come attore rilevante nella cooperazione internazionale, con un importante contributo alla costruzione di una società afghana fondata sul rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali di donne e uomini,
impegna il Governo:
ad annunciare l'immediata uscita del nostro Paese dalla missione ISAF, riportando quanto prima in Italia le truppe impegnate sul terreno, lasciando sul campo solo i militari necessari ad organizzare il rientro del materiale con precise regole d'ingaggio;
a fornire al Parlamento una dettagliata analisi sulla presenza militare italiana in Afghanistan negli ultimi dodici anni e, in particolare, nell'ultimo periodo, ovvero da quando il Ministro 
pro tempore Di Paola ha annunciato la possibilità per gli aerei italiani di caricare bombe e colpire obiettivi a terra;
nel rifinanziare le missioni per l'ultimo trimestre del 2013, ad assumere due iniziative normative urgenti, una per l'Afghanistan e una per tutte le altre missioni, finalizzando per la prima i fondi della missione militare al solo scopo di organizzare il ritiro delle truppe e destinando il 30 per cento di ogni euro risparmiato dalla missione militare alle politiche di cooperazione con l'Afghanistan;
a sostituire quanto prima la missione militare con una civile con lo specifico compito di sostenere la popolazione afghana con progetti di sostegno alla cooperazione e di ricostruzione civile del Paese.
I DEPUTATI DI SEL
(1-00060) «Migliore, Scotto, Duranti, Claudio Fava, Piras, Aiello, Airaudo, Boccadutri, Franco Bordo, Costantino, Di Salvo, Daniele Farina, Ferrara, Fratoianni, Giancarlo Giordano, Kronbichler, Lacquaniti, Lavagno, Marcon, Matarrelli, Melilla, Nardi, Nicchi, Paglia, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piazzoni, Pilozzi, Placido, Quaranta, Ragosta, Ricciatti, Sannicandro, Zan, Zaratti».

Mozione alla Camera presentata da Giulio Marcon, deputato SEL, per chiedere il ritiro dell'Italia dal progetto F-35




Mozione alla Camera presentata da Giulio Marcon, deputato SEL, per chiedere il ritiro dell'Italia dal progetto F-35 per la costruzione di caccia bombardieri e l'utilizzo dei fondi liberati per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, la tutela del territorio nazionale dal rischio idro-geologico, e la realizzazione di un piano pluriennale per l'apertura di asili nido.

La Camera,

premesso che:
il Joint Strike Fighter (F-35) è un cacciabombardiere di quinta generazione, capace di trasportare anche ordigni nucleari con caratteristiche stealth e net-centriche, ovvero bassa rilevabilità da parte dei sistemi radar e capacità di interazione con tutti i sistemi di comunicazione presenti sullo scenario di guerra, che decolla ed atterra in verticale e viaggia a velocità supersoniche;
il progetto per la realizzazione di questo velivolo è frutto di un accordo tra gli Stati Uniti e 8 Paesi partner, tra cui l'Italia, partner di secondo livello, che prevede la realizzazione di 3.173 velivoli per un costo complessivo stimato di 396 miliardi di dollari, anche se nessuno, allo stato attuale, è in grado di quantificare il costo finale dell'intero progetto e quindi di ogni singolo aereo, comunque oggi stimato intorno ai 190 milioni di dollari;
tra i Paesi partner sono sempre crescenti i dubbi su questo progetto, tanto che: la Gran Bretagna deciderà il numero degli aerei da acquistare dopo la pubblicazione del Defence and Security Review, nel 2015; l'Olanda ha avviato un'inchiesta parlamentare a seguito di un pesante voto contrario al progetto; l'Australia non userà l'F-35 come piattaforma esclusiva acquistando anche altri aerei; la Turchia ha rinviato l'acquisto dei primi F-35; la Norvegia ha minacciato di ripensare le sue scelte sul JSF; la Danimarca ha riaperto la gara per decidere entro il 2015 di quale aereo dotarsi ed il Canada ha sospeso la gara per l'acquisto del nuovo caccia;
il Canada, in particolare, il ripensamento nasce dalle polemiche dovute alle omissioni sui costi fatte dal Governo: uno studio indipendente (Kpgm) ed altri organi di controllo pubblici hanno infatti stabilito che il costo complessivo in 40 anni, includendo anche l'uso e la manutenzione, è di oltre 45 miliardi di dollari, tre volte le previsioni fatte dal Governo;
ai quasi 400 velivoli che verrebbero a mancare rispetto alle ipotesi iniziali si potrebbero aggiungere anche ipotesi di tagli da parte del Pentagono rispetto ai 2.443 previsti, questo comporterebbe un ulteriore aumento del costo unitario per tutti gli acquirenti;
il programma presenta diverse criticità costantemente evidenziate e denunciate sia dal Government Accountability Office (GAO) che dal Pentagono. Oltre all'inarrestabile lievitare dei costi ed i ritardi del programma, nel tempo, si sono riscontrati molti problemi tecnici che, da un lato, portano a continui abbassamenti degli standard operativi e, dall'altro, al lievitare dei costi; i problemi del casco del pilota, la vulnerabilità ai fulmini, i problemi al motore che hanno portato allo stop dei voli dell'aereo, la denuncia dei piloti dell'incapacità di combattere non avendo nessuna chance di successo in uno scontro reale con un aereo sono solo alcuni dei maggiori problemi finora riscontrati nell'F-35;
l'Italia partecipa al progetto sin dal suo inizio, nel 1998, con una richiesta iniziale di 131 aerei, ridotta poi nel 2012 a 90 velivoli, considerati dalle Forze armate «indispensabili» perché andrebbero a sostituire tre linee di velivoli: i Tornado, gli AM-X e gli AV-8 B, senza tuttavia alcuna spiegazione circa il ruolo di un aereo tanto sofisticato, considerati gli impegni internazionali italiani;
nel 2009 le Commissioni difesa di Camera e Senato, esprimendo parere favorevole al programma, hanno posto alcune condizioni: la conclusione di accordi industriali e governativi che consentano un ritorno industriale per l'Italia proporzionale alla sua partecipazione finanziaria, anche al fine di tutelare i livelli occupazionali; la fruizione da parte dell'Italia dei risultati delle attività di ricerca relative al programma; la preventiva individuazione di adeguate risorse finanziarie che non incidano sugli stanziamenti destinati ad assicurare l'efficienza della componente terrestre e, più in generale, dell'intero strumento militare;
tali condizioni, in parte già espresse anche in precedenza, non hanno trovato riscontro nell'avanzamento del progetto: gli oneri previsti per l'Italia nelle prime tre fasi ammontano a 1.942 milioni di dollari a cui vanno aggiunti gli oltre 800 milioni di euro per la costruzione della FACO a Cameri (Novara); contestualmente le nostre industrie hanno ottenuto appalti per circa 800 milioni di dollari, a fronte dei circa 3 miliardi di euro spesi fanno un ritorno di poco sopra al 20 per cento delle spese, che difficilmente renderà possibile un ritorno di circa 14 miliardi di euro, cioè il 100 per cento più volte sbandierato dai Governi che hanno sostenuto questo progetto;
fonti governative e militari negli anni hanno ipotizzato l'arrivo di 10.000 posti di lavoro, mentre secondo stime sindacali si tratterebbe al massimo di circa 2.000 posti e per di più sarebbero ricollocazioni di lavoratori precedentemente impegnati con l’Eurofighter;
il Parlamento ha approvato una legge delega al Governo che prevede un taglio di 30.000 militari e del 30 per cento delle strutture, portando i risparmi conseguiti all'investimento, in particolare sull'F35;
secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico Guardian, il Pentagono ha stanziato 11 miliardi di dollari per ammodernare il proprio arsenale di bombe atomiche, comprese quelle depositate nelle basi americane all'estero o in quelle di Paesi alleati;
si tratta di 200 bombe B61 a caduta libera depositate nelle basi Nato europee in Belgio, Olanda, Germania e Turchia; in Italia risultano esserci 90 bombe di cui 50 custodite nella base di Aviano in Friuli e 40 a Ghedi, vicino a Brescia, anche se le ultime stime parlano della metà, cioè 20;
degli 11 miliardi di dollari stanziati, 10 servirebbero per prolungare la vita operativa delle B61 e 1 miliardo per dotare gli ordigni di alette di coda per trasformarle in bombe atomiche guidate;
le nuove B61-12 al contrario delle vecchie B61, che hanno il sistema di puntamento analogico, avranno il puntamento digitale, compatibile con i sistemi elettronici dell'F35-A;
anche se il nostro Paese ha aderito al trattato di non proliferazione nucleare, in base all'accordo Nato di condivisione nucleare «Nuclear Sharing agreements» si prevedono una serie di impegni di condivisione di strutture ed infrastrutture: oltre allo stoccaggio delle bombe, che restano sotto il controllo degli Stati Uniti, è previsto l'addestramento di piloti italiani per il possibile uso delle armi e la partecipazione italiana alle riunioni del Nuclear Planning Committee della Nato;
il programma dell'F35 è diventato un progetto dal costo elevato a fronte di prestazioni peraltro incerte e non corrispondente alle esigenze difensive del nostro Paese, con ricadute industriali ed occupazionali molto lontane dalle aspettative, che rischia anche di compromettere le politiche di disarmo;
in una scuola su tre (su due al Sud) mancano i certificati di sicurezza. Migliaia stanno su territori a rischio sismico o idrogeologico. Si tratta non solo dell'intonaco che cade, dell'infiltrazione d'acqua, dell'umidità. Lo stato dell'edilizia scolastica nel nostro Paese è drammatico, al punto che in alcune città le amministrazioni si trovano nel dilemma se aprire una scuola non a norma o lasciare a casa i bambini;
dei 42mila edifici scolastici presenti in tutta Italia il 29 per cento non ha il certificato di agibilità sanitaria, il 42 per cento quello di agibilità statica, il 47,81 per cento non rispetta le norme anti incendio. Più del 60 per cento non è dotato neppure di scale di sicurezza o porte anti panico. E poi ci sono le strutture con l'amianto (11,13 per cento) e quelle con il radon, un gas radioattivo. Oltre il 60 per cento delle scuole ha più di 40 anni. Se poi si aggiunge che per via della loro ubicazione territoriale le nostre scuole sono soggette al rischio sismico, idrogeologico, vulcanico, industriale, il panorama assume tratti drammatici tanto da connotarsi come un'emergenza;
ma non è solo la messa in sicurezza straordinaria a mancare. Gli enti locali non hanno più i fondi neanche per la manutenzione: crescono, infatti, fino a costituire il 56 per cento del totale, gli edifici che negli ultimi 5 anni non hanno goduto di nessun tipo di intervento;
secondo un'indagine di Legambiente, sono ben 6.633 i comuni in cui sono presenti aree ad alta criticità idrogeologica, l'82 per cento del totale delle amministrazioni comunali italiane. Dal 1950 al 2009 sono state oltre 6.300 le vittime del dissesto idrogeologico;
gli effetti conseguenti ai cambiamenti climatici in atto, sono ormai tali che gli eventi estremi in Italia hanno subito un aumento esponenziale, passando da uno circa ogni 15 anni prima degli anni ’90, a 4-5 all'anno;
secondo i recenti dati forniti dal Consiglio nazionale dei geologi, dal 1996 al 2008 in Italia sono stati spesi più di 27 miliardi di euro per dissesto idrogeologico e terremoti, oltre al fatto che 6 milioni di italiani abitano nei 29.500 chilometri quadrati del territorio considerati ad elevato rischio idrogeologico, e ben 1.260.000 sono gli edifici a rischio frane e alluvioni. Di questi sono 6.000 le scuole e 531 gli ospedali;
a questo si aggiunge il crescente grado di rischio di erosione costiera, che interessa oltre 540 chilometri lineari dei litorali italiani in cui sono direttamente coinvolti beni esposti;
nell'anno scolastico 2010/2011, secondo l'Istat, risultano iscritti agli asili nido comunali 157.743 bambini di età tra zero e due anni, mentre altri 43.897 usufruiscono di asili nido convenzionati o sovvenzionati dai comuni, per un totale di 201.640 utenti;
nel 2010 la spesa imperniata per gli asili nido da parte dei comuni o, in alcuni casi, di altri enti territoriali delegati dai comuni stessi è di circa 1 miliardo e 227 milioni di euro, al netto delle quote pagate dalle famiglie;
fra il 2004 e il 2010, nonostante il graduale ampliamento dell'offerta pubblica, la quota di domanda soddisfatta è ancora limitata rispetto al potenziale bacino di utenza: gli utenti degli asili nido sono passati dal 9 per cento dei residenti tra zero e due anni dell'anno scolastico 2003/2004 all'11,8 per cento del 2010/2011, mentre rimangono molto ampie le differenze territoriali: la percentuale di bambini che usufruisce di asili nido comunali o finanziati dai comuni varia dal 3,3 per cento al Sud al 16,8 per cento al Nord-est,
impegna il Governo:
a cancellare la partecipazione italiana al programma di realizzazione dell'aereo Joint Strike Fighter-F35;
a procedere in tempi rapidi ad una attenta ridefinizione del modello di difesa italiano sulla base del dettato costituzionale e della politica estera italiana, affermando un ruolo centrale per la politica europea e sostenendo il ruolo di peacekeeping per le Forze armate;
a subordinare qualsiasi decisione sui sistemi d'arma da acquisire alla definizione del modello di difesa;
ad attivare meccanismi che favoriscano la riconversione dell'industria legata alla produzione delle armi, al fine di salvaguardare i posti di lavoro che verrebbero a mancare per la sospensione di alcuni programmi di nuovi sistemi d'arma;
ad attivarsi presso la Nato e gli Stati Uniti per chiedere una immediata rimozione di qualsiasi ordigno nucleare presente sul nostro territorio;
a destinare le somme così risparmiate ad un programma straordinario di investimenti pubblici riguardanti piccole opere e finalizzato – ad esempio – alla messa in sicurezza degli edifici scolastici, alla tutela del territorio nazionale dal rischio idro-geologico, e alla realizzazione di un piano pluriennale per l'apertura di asili nido.

(1-00051) «Marcon, Spadoni, Beni, Aiello, Agostinelli, Amoddio, Airaudo, Alberti, Bossa, Boccadutri, Artini, Franco Bordo, Baldassarre, Capone, Costantino, Barbanti, Civati, Di Salvo, Baroni, Coccia, Duranti, Basilio, Fossati, Daniele Farina, Battelli, Incerti, Claudio Fava, Bechis, Mognato, Ferrara, Benedetti, Raciti, Fratoianni, Massimiliano Bernini, Scuvera, Giancarlo Giordano, Paolo Bernini, Zanin, Kronbichler, Nicola Bianchi, Zappulla, Lacquaniti, Bonafede, Lavagno, Brescia, Matarrelli, Brugnerotto, Melilla, Businarolo, Migliore, Busto, Nardi, Cancelleri, Nicchi, Cariello, Paglia, Carinelli, Palazzotto, Caso, Pannarale, Castelli, Pellegrino, Catalano, Piazzoni, Cecconi, Pilozzi, Chimienti, Piras, Ciprini, Placido, Colletti, Quaranta, Colonnese, Ragosta, Cominardi, Ricciatti, Corda, Sannicandro, Cozzolino, Scotto, Crippa, Zan, Currò, Zaratti, D'Ambrosio, Dadone, Da Villa, Daga, Dall'Osso, De Lorenzis, De Rosa, Del Grosso, Della Valle, Dell'Orco, Di Battista, Di Benedetto, Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano, Di Vita, Dieni, D'Incà, D'Uva, Fantinati, Ferraresi, Fico, Fraccaro, Frusone, Furnari, Gagnarli, Gallinella, Luigi Gallo, Silvia Giordano, Grande, Grillo, Cristian Iannuzzi, L'Abbate, Labriola, Liuzzi, Lombardi, Lorefice, Lupo, Mannino, Mantero, Marzana, Micillo, Mucci, Nesci, Nuti, Parentela, Pesco, Petraroli, Pinna, Pisano, Prodani, Rizzetto, Rizzo, Paolo Nicolò Romano, Rostellato, Ruocco, Sarti, Scagliusi, Segoni, Sibilia, Sorial, Spessotto, Tacconi, Terzoni, Tofalo, Toninelli, Tripiedi, Turco, Vacca, Simone Valente, Vallascas, Vignaroli, Villarosa, Zaccagnini, Zolezzi».

lunedì 6 maggio 2013

Pregare è un diritto di tutti



Dobbiamo fare i conti con la realtà. La crisi economica sta facendo chiudere attività industriali, commerciali, desertifica le nostre città, e lo vediamo bene anche da noi, nel nostro quartiere (Ovest) dove la zona industriale è divenuta semi-abbandonata e nel centro La Piazza si prospettano soluzioni diverse, una tra queste quella della realizzazione di un luogo di culto islamico.

La società intera sta cambiando e risente della globalizzazione in cui circolano liberamente i capitali, le merci e le informazioni.
L’evidenza della situazione ci fa capire che i migranti sono l’elemento umano della globalizzazione, l’avanguardia del mondo del futuro. Rifiutare questa idea è anti-storico, va contro la realtà sociale che stiamo vivendo. Gli stranieri in Italia lavorano, vivono spesso con la loro famiglia, entrano nella realtà economica della nostra società. Ma accanto a questo è ancora lontana l’idea di una reale integrazione, a partire dalla cittadinanza per i propri figli, alla possibilità di poter avere luoghi di culto senza che si scatenino polemiche dettate dalla paura di avere come vicino di casa qualcuno che prega in modo diverso dal nostro. Ci riferiamo, appunto , all’ipotesi ventilata giornalisticamente a proposito della creazione di una moschea nei locali del commerciale La Piazza nel quartiere Ovest. Sono solo voci di periferia, ma già si paventa lo smarrimento e la paura espressa da qualche residente.
L’immigrazione va regolata, gestita, non subita. Ma non va vissuta come una minaccia.
Nel recente Parlamento è stata  eletta Laura Boldrini quale Presidente alla Camera dei Deputati, persona attiva nell’ONU, nella FAO e nell’Alto Commissariato alle Nazioni Unite per i Rifugiati ed è stato istituito il Ministero dell’integrazione con Cécile Kyenge, Ministro, ad indicare della necessità per l’Italia di una nuova politica per l’ integrazione che riguardi non solo gli stranieri in Italia, ma tutti i cittadini. E’ l’inizio di un cammino nuovo, di un nuovo approccio che prevede la responsabilizzazione di tutti verso queste tematiche. La memoria dell’accoglienza che ha contraddistinto il nostro Paese non deve essere perduta. Anche nella nostra Mogliano, guardiamo all’esempio di alcuni Parroci che hanno prestato i locali della propria parrocchia per permettere a persone straniere di poter pregare nella loro religione. Ma quali paure si dovrebbero avere? Dove sarebbero la minaccia e lo scandalo?
Guardiamo Mogliano con occhi pieni di umanità, trasformiamola in un luogo accogliente dove sia possibile per tutti esprimere ed esprimersi, a ritrovare una nuova comunità più ricca e varia, aperta alle nuove sfide e trasformazioni del futuro. Senza paura.


Sinistra Ecologia Libertà
Circolo “Pino D’Aguanno”
Mogliano Veneto
































La Cosa Giusta


La dobbiamo fare per i  cittadini della Città di Mogliano Veneto, che avevano creduto nella coalizione Italia Bene Comune , e che ci avevano dato fiducia insieme al PD per cambiare l' Italia uscendo finalmente con un governo del cambiamento . Ma vi è stato uno stravolgimento del patto elettorale compiuto dal Partito Democratico a livello nazionale che ha  cancellato di fatto e in modo indelebile e definitivo , le ragioni di una alleanza e di un programma di coalizione per una vera alternativa alle destre del nostro paese e che ci ha riconsegnato a Silvio Berlusconi. Un Partito Democratico che aveva sempre dichiarato di essere nemico del Pdl , ma che ora si trova ad esserne un fedele alleato .

Desideriamo continuare a credere che anche in Italia e nella nostra città vi sia una sfida molto difficile ma necessaria : costruire una forte sinistra vera e decisa e che assuma i beni comuni , la conversione ecologica , la difesa e la salvaguardia del nostro territorio , i diritti delle persone e la dignità del lavoro , come forti pilastri su cui costruire una sua vera identità . Lo dobbiamo anche a tutti quelle elettrici ed elettori che con il loro voto avevano espresso una urgente domanda di cambiamento e che nelle elezioni , non dimentichiamoci , è stata di fatto , la parte maggioritaria di questo paese. Ci rivolgiamo a tutte quelle persone che desiderano un partito progressista di sinistra e che da molti giorni si interrogano sui motivi che hanno portato PD e PDL a ritrovarsi uniti in un abbraccio letale .

Vogliamo proseguire e iniziare un percorso nel dialogo con tutti i cittadini , con i movimenti  , con chi opera nel mondo del lavoro , della cultura , della produzione e che hanno nel cuore e nella loro testa un destino totalmente diverso da questo per il nostro paese.
Desideriamo per i prossimi mesi , giungendo alle prossime elezioni amministrative , mettere in campo una serie di iniziative dove la partecipazione di tutti i cittadini sia il punto centrale . Vogliamo creare le condizioni per un incontro aperto a tutti coloro che desiderano una città diversa da quella attuale. Non vogliamo che ogni decisione sia origine di un partito , ma che nasca dai bisogni reali della città e noi vogliamo solo esserne solo un semplice veicolo. Un progetto comune  di cittadini in movimento , reso oggi ancora più urgente da una politica che sicuramente ha deluso molti che credevano in un vero cambiamento.

La Sinistra si riorganizza dal giorno 11 maggio a Roma in Piazza Santi Apostoli , dove si terrà una grande manifestazione " LA COSA GIUSTA " una manifestazione aperta a tutti . Dove è grande la disponibilità a confrontarci con tutti . Con tutta la nostra umiltà non abbiamo la ricetta per risolvere tutti i problemi ma abbiamo le gambe per camminare e sopratutto vogliamo essere rispettati , perché Sinistra Ecologia Libertà ha salvato il decoro e la dignità della Sinistra in Italia. Non ci siamo chiusi nell'angolo dei duri e puri e desideriamo lanciare sopratutto al PD , la sfida del riformismo e chiedere come sia possibile che le loro ricette si possano coniugare con il Liberismo, rivelando così l'ambiguità di questo nuovo progetto che li vede uniti al PDL . Per noi Berlusconi è stato la causa della crisi , lunga ormai quasi 20 anni e non può certamente essere uno di quelli che ora ne coordina la sua soluzione. Questo nuovo cantiere della Sinistra ripartirà da una nuova idea di civiltà per il nostro paese e  che ormai è stata seppellita dalla rivoluzione liberista.

Sinistra Ecologia Libertà
Circolo " Pino D'Aguanno "
Mogliano Veneto

mercoledì 24 aprile 2013

Imu e Welfare: un binomio possibile




La crisi economica che ha portato, a livello nazionale, a minori trasferimenti nelle casse dei singoli Comuni, si fa sentire in maniera fortissima e soprattutto pesa nelle tasche dei cittadini che subiscono l’onere del pagamento delle aliquote addizionali che i Comuni possono applicare nei confronti dell’IMU (Imposta addizionale Unica) a copertura dei propri bilanci .

Mogliano Veneto è una cittadina che ha visto nascere nel tempo nel nostro territorio comunale numerosissime Banche e Assicurazioni. Nel corso del 2012 l’Amministrazione Comunale ha deciso di rialzare fino allo 0,96% l’aliquota addizionale per le categorie catastali D5, provvedimento rivolto appunto verso i grandi gruppi suddetti.

 La proposta che sta attualmente vagliando l’Amministrazione moglianese sull’ipotesi di aumento di un ulteriore punto dell’aliquota anche per il bilancio preventivo del 2013 nei confronti di Banche e Assicurazioni ci sembra condivisibile perchè in questo modo non si andrebbe a caricare ulteriormente sulle spalle dei singoli cittadini contribuenti proprietari di casa un ulteriore salasso aggiuntivo per la copertura del bilancio comunale.

La leva fiscale va applicata soprattutto verso i gruppi e categorie che detengono  forti poteri economici. Tutti paghiamo le tasse, ma ci deve essere un equo rapporto della contribuzione che non deve pesare indistintamente sui singoli cittadini e sui grandi gruppi finanziari al fine di sostenere la rinascita di un  welfare sociale utile a tutta la città.


Sinistra Ecologia Libertà 
Circolo Pino D’Aguanno
Mogliano Veneto



24/04/2013